Dunkirk e la claustrofobia della paura

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Domenica sera mi sono avventurata in quel di Bergamo per la visione di Dunkirk, ultima fatica di Christopher Nolan, nella sala IMAX dell’UCI ed è lì che ho finalmente potuto accertare l’esistenza del Paradiso (cinefilo).

486mq per potersi immergere al meglio in quella che è una vera e propria esperienza visiva ed emotiva.

Il decimo lungometraggio del regista britannico risulta essere una fra le sue opere più riuscite e, di certo, la più cruda e violenta. Perché Dunkirk è un film altamente angosciante, che non lascia spazio alle speranze.

Nel corso dei 106 minuti lo spettatore si trova a doversi immedesimare in una situazione di perenne tensione, dove non vi è un solo istante per poter riprendere fiato, dove nessuno è al sicuro, perché in guerra i nemici si insinuano in ogni dove. Si ritrova in un contesto laddove non vi è alcuno spazio per le parole, poiché il silenzio può essere l’unica cosa in grado di far la differenza tra la vita e la morte. Proprio per questo i dialoghi sono ridotti all’osso. Le parole sono superflue in un contesto in cui le pallottole sono la moneta corrente. A compensare la mancanza di dialoghi vi è la musica di Zimmer, essa incombe per l’intera durata della pellicola; una musica fredda, dura, perennemente opprimente, in grado di mantenere il ritmo serrato in ogni scena.

Il ticchettio dell’orologio volto a ricordarci che il tempo è destinato a scadere, che nessuno può uscire illeso da quell’inferno.

I volti dei giovani protagonisti, quasi senza nome, senza storia, solo spettri di una guerra ancora agli albori, traspaiono innocenza. Nolan ha volutamente scelto giovani dai lineamenti acerbi, inesperti, che lasciassero intravedere un senso di disorientamento, così come doveva esserlo quello dei soldati strappati dalle loro case per combattere una battaglia orchestrata dalle generazioni dei padri.


E, sempre per la sua smania di perfezione, ma soprattutto per quella di giganteggiare, gran parte delle imbarcazioni e degli aerei visibili nel film risalgono effettivamente agli anni 40.

Nessuna riproduzione.

La storia è divisa in 3 linee narrative, le quali ricoprono 3 archi temporali diversi che, alla fine, tendono a ritrovarsi e a sovrapporsi. Giusto per ricordarci che il giovane Nolan ha un paio di fisse per tutto ciò che concerne il tempo e tutti i magheggi che si possono ottenere mediante la sua manipolazione e la sua esplosione. Abbiamo quindi il molo, le cui vicende si diramano nel lasso temporale di una settimana, il mare, un giorno, ed il cielo, un’ora.

400000 soldati devono essere evacuati da una Francia ormai nelle mani naziste, ma all’Inghilterra preme maggiormente salvare le proprie coste rispetto ai propri uomini. Perciò assistiamo a piani di evacuazione che prevedono l’ausilio di imbarcazioni, di ogni forma e misura, sequestrate ai civili, aerei sporadici, ma soprattutto, vediamo la disperazione di migliaia di uomini costretti in una striscia di costa che, sebbene riescano a scorgere sulla linea dell’orizzonte la propria terra, non possono raggiungerla. Ed allora si affannano, si accalcano sull’unico molo rimasto, martoriato dalle bombe, dilaniato dalle raffiche di fucile, nella speranza che una nave possa ricondurli a casa. Ma, anche quando paiono aver trovato un modo per abbandonare quella landa ormai nemica, il mare si rivela essere ostile, perché vi sono caccia, siluri, navi avversari pronti ad affondarli. Pronti a porre fine alle loro giovani vite.

Dunkirk è un film in grado di generare un senso di claustrofobia anche per mezzo dei campi lunghi, anche laddove ci si ritrovi in una distesa di sabbia, o in una di mare, tutto pare improvvisamente tramutarsi in un’opprimente prigione dove non vi sia via di scampo. E lo è sin dal primo minuto, sin da quando migliaia di volantini piovono dal cielo e, su di essi, vi è stampata una cartina che ricorda a francesi ed inglesi che sono ormai confinati nella città. Ed è poi claustrofobico nel senso più stretto del termine, laddove ci si trovi ad essere esuli su una nave, su un aereo. Ed anche quando i personaggi si trovano a non essere soli nel senso stretto del vocabolo, continuano ugualmente ad essere sepolti nei propri corpi, nelle proprie membra, desiderosi unicamente di tornare a casa a qualunque prezzo.

In questa pellicola non si vede quasi nemmeno una goccia di sangue, il dolore con il quale Nolan vuol farci entrare in connessione non è quello fisico, non è quello di un corpo lacerato, ma è quello generato dalla paura, dall’ansia di non poter più far ritorno nella propria patria, ma anche quello di aver deluso la propria terra, di dover tornare ed essere vittime delle angherie di chi la guerra non l’ha vissuta. Non in prima linea.

Dunkirk è un film intimo, che tende a farti abbandonare la sala in silenzio come i suoi protagonisti, che tende a farti sentire reduce della sua visione. E’ un film che si insinua sotto la pelle, che ti scuote nel profondo, che ti mostra in un modo nuovo la brutalità della guerra. Appunto per questa sua intimità rappresenta per Nolan una leggera virata dai film a cui ci aveva abituato, basti pensare alla trilogia di Batman.

Perciò non vi resta che appropinquarvi alla sala più vicina, marciando in silenzio verso la visione di un film che è valso l’attesa e che ha ricompensato le aspettative.

Tom Hardy, sempre a viso coperto, vi saprà condurre in uno scontro in cielo, perennemente ad un passo dalla morte, il tutto solo mediante l’espressività del suo sguardo.

15 galloni.


I volti più giovani, tra i quali il noto Styles (si proprio quello della Boy band One direction), vi condurranno invece in una caccia sfrenata alla salvezza.

10 galloni.


Mark Rylance vi condurrà invece per mare, in un’eroica ricerca di sopravvissuti da ripescare, a cui dare una speranza a cui aggrapparsi.

5 galloni.

CIllian Murphy, con il suo sguardo folle, mostrerà invece il volto del trauma. Il volto di chi è sopravvissuto fisicamente, ma il cui animo tendenzialmente non si risanerà più, il volto di chi Dunkirk non lo abbandonerà mai.

0 galloni.

Camilla

happywheels
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