The Banshees of Inisherin -epilogo di un’amicizia-

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 Il 5 settembre a Venezia è stato presentato tra i film in concorso The Banshees of Inisherin, il quarto film del regista britannico Martin McDonagh ed il terzo con la collaborazione del suo attore feticcio Colin Farrell, qui riunito con Brendan Gleeson dopo In Bruges, la coscienza dell’assassino. 

La pellicola presenta ancora una volta quello che si riconferma essere il tratto caratteristico della scrittura di McDonagh; ovvero una tagliente ironia, un Black humor che resta più contenuto e meno politicamente scorretto di quello che portò in scena nel 2008 con In Bruges e qualche anno dopo con 7 psicopatici, ma che comunque non risparmia nessuno tra i personaggi. 
La trama di per sé è molto semplice, ma sin dal suo seme lascia perplessi e spaesati; in un’isola irlandese abitata da poche anime e qualche bestia, due amici sono soliti trovarsi allo scoccare delle 14 di ogni giorno per una pinta al pub, questo sino a che, senza ragione alcuna, l’anziano tra i due, Colm ( Gleeson), decide di togliere la parola al compagno Padraic (Farrell). Da qui inizieranno le deliranti peripezie di quest’ultimo per riottenere la parola dell’amico.

A rubare la scena sin dal primo minuto sono senza ombra di dubbio le ambientazioni e la fotografia, complici le sconfinate e desolate lande irlandesi che generano il clima bucolico ideale affinché la noia e la boria di quella ineccepibile quiete inneschino l’incipit degli eventi. 
Il film si basa su una scrittura solida, capace di portare lo spettatore a contatto con le emozioni più disparate; ci si ritrova sia a ridere di gusto, sia a rigarsi le guance con le lacrime. L’unicità è che spesso e volentieri le due cose accadono all’unisono, perché la scrittura di McDonagh è in grado di far sorridere anche nel momento in cui sta portando in scena il frantumarsi di uno dei suoi stessi personaggi. Ci si trova quindi immersi in un locus amoenus che trasuda la spiritualità, o meglio il folklore, irlandese, creando un’atmosfera quasi onirica e ci si ritrova a stretto contatto con la malinconia di una manciata di personaggi prigionieri di un contesto troppo stretto e troppo rurale affinché essi possano evolversi. 
Protagonista vero della vicenda è il personaggio di Farrell, un uomo semplice, ingenuo e forse non troppo intelligente, ma come preme a lui sottolineare “gentile”, a cui un pomeriggio crolla il mondo addosso quando il suo migliore amico di una vita gli dichiara una guerra fredda. Guerra fatta di silenzi e di distanze, che si contrappone metaforicamente alla guerra che devasta la terraferma e che gli abitanti dell’isola possono solo intuire dalle esplosioni in lontananza. Assistiamo dunque alla lenta presa di consapevolezza di Padraic, costretto a fare i conti con il parere della gente e costretto a frantumare l’intonsa immagine che si era costruito di Colm.

The Banshees of Inisherin è un film che per quanto si celi dietro allo humor e a situazioni assurde, ha in realtà uno spirito delicato ed intimo; porta in scena la difficoltà nell’accettare una perdita, nell’affrontare un lutto, quando il soggetto del lutto stesso ti cammina davanti ogni mattina. McDonagh mette in scena quella che è più tipicamente la dinamica di rottura tra due amanti, rendendola sconcertante, perché viene inserita in un rapporto di amicizia e rendendola sempre più grottesca via via che i due (ex) amici si lasciano corrodere dall’orgoglio e dall’astio. Così facendo ci si trova ad agognare per le distese irlandesi mentre Padraic si trascina dal pub a casa e da casa al pub. E nel mixer di emozioni, tra il riso e la malinconia, si inserisce a tratti anche l’angoscia, l’ansia che la situazione possa precipitare da un momento all’altro, ciò è favorito da un personaggio in particolare, l’anziana del villaggio, la quale assume le sembianze e le attitudini delle Banshee del titolo: spiriti presagio di morte.

 

Con 13 minuti di standing ovation entra in lizza tra i favoriti del festival e molto probabilmente della prossima stagione di premi, i quali interesseranno anche il comparto attoriale, perché sono degne di nota non solo le interpretazioni dei due protagonisti, ma anche quella di Kerry Condon che porta in scena Siobhan, la sorella di Padraic; una donna promettente e dolce, vittima di una società arcaica che non si confà alle sue capacità e vittima anche di un forte senso del dovere che la lega al fratello, solo come lei. 
Da menzionare anche Barry Keoghan nel ruolo dello “scemo del villaggio”, che in realtà altro non è che un ragazzo vittima degli abusi del padre, schernito poi dal resto degli abitanti, solo perché nella sua fragilità da a tutti modo di sentirsi superiori.
Come spiriti dell’isola i vari personaggi si scontrano quindi con la propria solitudine ed i propri limiti, arrivando poi ognuno alle proprie prese di consapevolezza e ad i propri epiloghi, siano essi nel bene o nel male.

The Banshees of Inisherin è un viaggio di meno di due ore che consiglio a chiunque di fare, perché nel mentre che le immagini scorreranno davanti ai vostri occhi, tra una lacrima ed un sorriso, vi potrebbe venir da analizzarvi e sia mai che anche voi possiate arrivare ad una vostra epifania.

Camilla.

 

 

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