Dal Lido con furore

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14633040_10209040501467571_4613640865221181856_nIn onore della riapertura del blog abbiamo anche noi intrapreso un viaggio in quel di Venezia durante la 73esima mostra internazionale dell’arte cinematografica. E chi può compiere tale viaggio se non la più giovine del gruppo? Carne ancora fresca gettata sul campo fra attori da red carpet e film in anteprima mondiale, abbandonata a domandarsi come sia possibile mantenere la calma ed il sangue freddo in una situazione simile. Un po’ come lasciare un bambino nella fabbrica di Willy Wonka e pretendere che non tocchi nulla. Ma chi vogliamo prendere in giro? Fatta questa premessa il festival del cinema rappresenta un regalo che qualunque cinefilo dovrebbe farsi almeno una volta nella vita; respirare quell’aria satura di cinema è salutare per qualunque amante della settima arte. Alla bellezza indiscussa del lido si aggiunge il fatto di potersi imbattere in attori e registi di qualunque calibro e nazionalità che vagano per le strade soleggiate della laguna, oppure ci si può sedere a bere un bicchier d’acqua fra una proiezione e l’altra e scoprire che il signore seduto accanto a te che ordina un caffè liscio, si proprio quello alla tua destra con una camicia azzurra ed un giubbotto rosso legato in vita, non è altro che Tati Sanguinetti. E non sia mai che tu riesca ad incontrare la star hollywoodiana, quella che tanto fa alterare i tuoi livelli ormonali, mentre esce indisturbata -se escludiamo i 4 bodyguard, l’autista e mezza squadra dei make up artist di Star Wars- da un modesto e poco appariscente hotel come l’Excelsior.
Purtroppo essendo la mia permanenza durata solo tre giorni non ho potuto che vedere un paio di film in concorso, per l’esattezza Jackie di Pablo Larrain e Voyage of time di Terence Malick.

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Il primo è un film biografico su, come si può desumere dal titolo, Jackie Kennedy nei giorni immediatamente successivi l’assassinio del marito; si tratta di una pellicola commovente, non strutturata su base cronologica, ma bensì sul susseguirsi di numerosi flashback in un crescendo emozionale scandito da una musica caratterizzata da poche semplici note che si ripetono per l’intera durata, intervallate all’occorrenza dal motivo ricorrente di “Camelot” che interviene anche nella chiusura del film. Natalie Portman (rimando a dopo i commenti sul faccia a faccia con lei) ci regala un’interpretazione che potrebbe valerle il secondo oscar, perché, dopo tutto, questo è proprio il genere di film che piace all’Academy: frammento di storia americana, personaggio forte che diviene sineddoche della nazione, cosa possono volere di più? Ma anche se non dovesse ripetere la doppietta del 2011 (figlio e oscar) la Portman ci ha comunque concesso una delle sue interpretazioni migliori, perché se non vi bruciano almeno un pelo gli occhi nel primo piano nel quale Jacqueline si ripulisce il viso dal sangue del marito, lasciatevelo dire, siete degli automi insensibili. Jackie è quindi il ritratto di una donna alla quale non venne concesso il tempo di elaborare il lutto, perché la sua perdita fu una perdita per l’intera nazione e così lo fu la sua sofferenza, perché quella in cui aveva vissuto fino a quel giorno era la casa del presidente che dal primo proiettile che scalfì il capo di Kennedy non fu più suo marito e perché dovette gestire personaggi della storia americana ai suoi occhi ormai solo avvoltoi pronti a banchettare sulle spoglie del marito.
La seconda pellicola è appunto Voyage of time di Malick. Ora io ed il buon vecchio Malick non abbiamo il migliore dei rapporti, io davvero mi immolo nella visione dei suoi film ed attendo anche la loro distribuzione nelle sale (per altro Knight of cups uscirà il 3 novembre), sono perfettamente consapevole del fatto che immagini che caratterizzano le sue opere siano dei capolavori, ma non riesco a riguardare un suo film più di una volta ed ho bisogno di una scorta di RedBull per terminarne la visione. Sarà blasfemia, possibile, ma è il mio tallone d’Achille,quindi chi è senza un regista che non digerisce scagli la prima pietra (non penso che queste siano le testuali parole, ma nessuno ha prove per contraddirmi). Mettiamola così; ai miei occhi le pellicole di Malick sono come un paio di Louboutin, perfette, bellissime, ma dannatamente scomode. Fatta questa premessa Voyage of time è certamente caratterizzato da piani lunghi molto suggestivi che riprendono la Natura, madre di tutti noi, che si alternano ad immagini dell’uomo ai giorni nostri sgranate e disordinate. Mentre le immagini scorrono la suadente voce di Cate Blachett accompagna lo spettatore nella visione della pellicola, in un viaggio che ripercorre la storia della vita sin dalle sue origini in un mondo in cui la Natura concede la vita e, con la stessa rapidità, la toglie. Fede e scienza nelle immagini di Malick provano a coesistere, si può cogliere l’evoluzionismo (anche se gli Ominidi più depilati delle modelle di Victoria’s Secret ancora non li ho compresi) alternarsi a rituali religiosi. I due grandi pilastri dell’uomo, che da sempre si scontrano, paiono quindi voler provare a collaborare nella visione del regista per mezzo di questo documentario.
Ed è ora giunto finalmente il momento di parlare anche un po’ di frivolezze, perché i festival sono caratterizzati non solo da proiezioni e conferenze, ma anche dai famigerati tappeti rossi. Durante i miei tre giorni di soggiorno al lido si sono susseguiti diversi red carpet, alcuni più attesi altri passati decisamente in sordina.

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La prima sera è stata la volta di Jackie, quindi a calcare i 20 metri di stoffa rossa è stata Natalie Portman e, lasciatemelo dire, quanto è bella quella donna. Perché si, non azzecca mai un vestito, ma accanto a quella minuta figura di 160 cm noi non possiamo far altro che identificarci con un’orda di troll. Il secondo giorno è avvenuta la consegna del Leone d’oro alla carriera a JeanPaul Belmondo , il quale, alla veneranda età di 83 anni e con un visibilissimo problema di deambulazione, ha rifiutato l’ausilio della sedia a rotelle per percorrere il Red Carpet sorretto solo da un bastone e dalla bellissima Sophie Marceau, la quale si è presentata con dei semplici pantaloni a palazzo neri a dimostrazione del fatto che non occorre un abito da sera per essere femminili ed eleganti.

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Ed è proprio un comportamento di questo personaggio che vorrei porre a confronto con quello di un altro del red carpet successivo. L’anziano Belmondo infatti, noto a tutti per essere stato uno dei principali esponenti della Nouvelle Vague, si è scusato con i fan in attesa all’imbarcadero per non poter firmare autografi, in quanto impossibilitato a causa dell’ingombro del bastone. Negli stessi minuti in cui l’83enne attore francese, ribadisco ancora una volta essere pilastro del cinema degli anni 60, arrivava all’Excelsior, un’altra attrice si aggirava per il Lido non favorendo nemmeno un singolo autografo. E così come ho voluto sottolineare i meriti di Belmondo, mi permetto di specificare che, fino ad ora, il merito più grande di quest’attrice è stato invece quello di aver soggiornato per 9 mesi in un luogo caldo ed accogliente e dannatamente proficuo, noto come l’utero di Vanessa Paradis. Perché si, l’attrice in questione è Lily Rose Depp, la quale ha calcato l’ultimo red carpet a cui ho assistito al fianco di Natalie Portman per il film fuori concorso Planetarium. In quest’ultimo tappeto rosso ho avuto la fortuna o forse la sfortuna, di vedere l’attrice del Cigno nero a poco più di 15 cm dalla mia faccia ed è stato un po’ come ritrovarsi in un college americano, in cui tu sei la ragazza impopolare con apparecchio e capelli crespi e ti passa accanto la reginetta del ballo, i vostri sguardi si incrociano, accenni un sorriso nella speranza di poter accedere, anche solo per un istante, nell’ambiente giusto, ma alla fine si scopre che lei stava solo guardando i maniera disgustata una ciocca fuori posto nella tua acconciatura fuori moda e si volta quindi immediatamente dall’altra parte e tu rimani lì, immobile. Ecco, questa penso che sia la descrizione più appropriata di quanto avvenuto, particolarmente esemplificativo sarebbe anche il tentativo di selfie fatto.

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Ora, avrei ancora molto da dire, ma temo di essermi dilungata troppo, non ho mai avuto il dono della sintesi ed era il mio primo articolo per il blog, perciò vi chiedo di essere clementi.

 

Camilla.

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