The Shape of Water -I colori dell’anima-

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Guillermo Del Toro torna ad introdurci nel suo mondo abitato da mostri, o meglio da bizzarre creature partorite dalla sua mente, perché i mostri nelle sue pellicole sono ben altri ed hanno fattezze del tutto umane.

The Shape of Water è stato presentato ed acclamato fino alla vittoria del Leone D’oro a Venezia e dopo un’intera stagione di successi e di premi non ci restava quindi che andare in sala.
Già il solo titolo trovo che sia di una semplicità, ma di una bellezza uniche, per quanto riguarda poi la pellicola si tratta di una favola nel senso legittimo del termine, del tutto rivisitata dal regista. È una sorta di Bella e la Bestia, senza una bella, in cui entrambi gli esseri risultano essere due emarginati della società; lei sminuita in quanto orfana e muta, lui per via delle sue sembianze mostruose. E così i due si incontrano e nelle loro gigantesche differenze reperiscono le loro affinità, ciò che li distingueva finisce per unirli. Ed attorno a loro si districa una ragnatela di personaggi corali soli come i protagonisti, abbandonati a loro stessi, perché banditi dalla comunità per le più disparate ragioni, ma semplicemente questa non è la loro storia. Non è il loro racconto.

Non è il loro lieto fine.

La trama si sviluppa poi piuttosto semplicemente, delineando appunto quelli che sono i canoni della favola classica, dalla danza dei due innamorati fino all’intramontabile finale del bacio del vero amore. Il tutto può sembrare smielato ed in certi termini lo è, ma ciò su cui bisogna effettivamente porre l’attenzione in questo film è l’utilizzo dei colori.
Il film si chiude con una poesia:

“Unable to perceive the shape of You, I will find You all around me. Your presence fills my eyes whit Your Love, it humbles my heart, for You are everywhere..”

Trovo che in essa sia racchiusa l’intera estetica del film, in quanto la scala cromatica utilizzata per la pellicola è composta principalmente da quattro colori: blu, verde, rosso ed oro.
È presente del blu in praticamente qualunque scena, che sia dato dalle pareti della casa di Elisa, dalla macchina da cucire di Zelda, delle luci a casa di Strickland o dalle pareti del bagno del laboratorio, il blu permea ogni singola scena, in quanto, come recita la poesia conclusiva, lui è ovunque, l’acqua è ovunque e perciò il suo colore lo è. Abbiamo poi il rosso, il rosso dell’amore e della passione, sia carnale che emotiva, che trascende dal magenta del sangue e lo si ritrova sempre e solo attorno ad Elisa; il suo cappotto, la porta di casa, il cinema e le sue chiavi. Rosso. L’unica volta in cui viene accostato a Giles esso è costretto a cambiarlo, perché non è lui ad essere travolto dalla passione e dal desiderio, perciò è obbligato a rifare da campo la sua opera sostituendo il sanguigno rosso con un color smeraldo. Per i personaggi secondari vi è poi l’oro, il giallo, che ritroviamo principalmente nelle case rispettivamente di Zelda, di Strickland e di Giles. Ed infine il verde dall’auto del personaggio di Shannon, alla gelatina servita dalla moglie sino a quella dipinta da Giles e persino la torta al lime che ne riempie il frigo.
Ecco, da questo punto di vista, per via di questa ricercatezza, trovo che The Shape of water sia tecnicamente il film più riuscito di Del Toro, sebbene nel complesso non riesca a raggiungere le vette de Il labirinto del Fauno.
Si tratta di una pellicola ingannevolmente semplice, in cui nulla è lasciato al caso, in cui l’esiguo budget è stato usato più che egregiamente per la creazione di questa gemma del regista messicano.

Una favola per adulti, per ricordarci che a far di qualcuno un mostro non è certo l’aspetto, quanto l’animo. A ricordarci che in fin dei conti un pò di romanticismo non nuoce e che nessuno di noi è poi tanto cresciuto quando avrebbe creduto, perché tutti ci siamo lasciati trasportare più che volentieri in questo fantastico universo al fianco dei suoi esseri.
Non vi resta quindi da far altro che recarvi a farvi avvolgere dal calore dell’acqua e delle sue sagome, dalla fasciante e delirante storia di Elise e della creatura ed arrivare alla forse banale consapevolezza che, così come l’acqua, anche l’amore non ha forma.

Camilla.

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