
C’è un momento, durante la prima stagione di Shrinking, in cui ti rendi conto che la serie ti ha fregato. È un momento sornione, non te lo aspetti. Stavi ridendo per la battuta di Liz — che è il tipo di vicina di casa che in vita reale denunceresti al condominio — e all’improvviso ti accorgi di avere gli occhi lucidi perché Jimmy sta parlando di sua moglie morta come se fosse ancora di là, in cucina, che lo aspetta con un caffè e una rimproverata. Ecco. Quello è Shrinking. Una serie che ti acchiappa per la collottola travestita da comedy e ti deposita, gentilmente, dentro una seduta di terapia che non sapevi di aver prenotato.
Prima di farsi prendere dall’entusiasmo, però, mettiamo qualche puntino sulle i.
La premessa, per chi vivesse in una grotta dal 2023
Ideata da Bill Lawrence (sì, quello di Scrubs e Ted Lasso — l’uomo dietro a metà della tua felicità televisiva degli ultimi vent’anni), Brett Goldstein (Roy Kent. Roy. Kent.) e Jason Segel (l’eterno Marshall di How I Met Your Mother), Shrinking è arrivata su Apple TV+ il 27 gennaio 2023 e ha fatto quella cosa rara di piacere subito a tutti senza che nessuno facesse troppo rumore: critica entusiasta, pubblico fedele, un passaparola lento e contagioso come l’influenza di novembre.
La trama, all’osso: Jimmy Laird (Segel) è uno psicoterapeuta in lutto per la moglie Tia, morta in un incidente causato da un automobilista ubriaco. Distrutto, alcolizzato, padre incapace di una figlia adolescente che non sa più come gestire — Jimmy fa l’unica cosa che un terapeuta dotato di buon senso non dovrebbe mai fare: comincia a dire ai suoi pazienti esattamente quello che pensa di loro. Niente più filtri etici, niente più “e tu come ti senti?”, niente più ascolto neutrale. Pura e brutale onestà radicale. Spoiler: funziona alla grandissima. Ed è anche un po’ un disastro. Spesso entrambe le cose nello stesso pomeriggio.
Accanto a lui, lo studio di terapia più disfunzionale della West Coast: Paul Rhoades (un Harrison Ford in stato di grazia che a 82 anni si è scoperto un talento comico che nessuno sospettava), il maestro burbero affetto da Parkinson; Gaby (Jessica Williams), collega solare con un divorzio in corso e una vita sentimentale a pezzi; Sean (Luke Tennie), ex militare con problemi di rabbia che Jimmy si porta letteralmente a casa perché lui è fatto così, prima fa e poi si chiede se era una buona idea; Liz (Christa Miller), la vicina invasiva che cresce la figlia di Jimmy meglio di lui; Brian (Michael Urie), avvocato e migliore amico, e tutta una rete di personaggi che a fine serie ami come si ama un cugino fastidioso ma necessario.
Tre stagioni, tre temi, una sola serie che migliora puntata dopo puntata
Una delle cose più belle di Shrinking è che sa cosa vuole dire in ogni stagione. Niente filler, niente girare a vuoto, niente quella sensazione tipica delle serie americane di “stiamo allungando il brodo perché Apple ci ha rinnovato”. Lawrence, Goldstein e Segel l’avevano pensata come un trittico — come Ted Lasso, del resto — e ogni stagione è un capitolo con la sua tesi.
Stagione 1 (2023) — il lutto. Dieci episodi su come si sopravvive a una mancanza. Su come ci si guarda allo specchio dopo che la persona accanto a te non c’è più. Su come si fa, soprattutto, a essere genitori di un’adolescente quando tu stesso hai bisogno di un genitore.
Stagione 2 (ottobre 2024) — il perdono. Quella più difficile, quella che gli sceneggiatori hanno avuto il coraggio di scrivere senza paracadute. Il perdono verso gli altri (Louis, l’uomo che ha causato l’incidente, interpretato da Brett Goldstein in persona — una scelta di casting che è già metà recensione), il perdono verso se stessi, il perdono come atto e non come sentimento. Su Rotten Tomatoes ha un 97% di gradimento e si capisce benissimo perché.
Stagione 3 (28 gennaio 2026, undici episodi, finale l’8 aprile) — andare avanti. È la stagione del cambiamento, della maturità, di quella domanda fastidiosa che la vita ti pone quando hai finito di piangere e di perdonare: e adesso? Adesso che il dolore ha un posto, adesso che hai perdonato, adesso cosa diventi? È la stagione in cui Alice parte per il college, in cui Paul fa i conti con un Parkinson che peggiora, in cui Jimmy comincia (timidamente, da imbranato cronico) a frequentare Sofi — interpretata da una Cobie Smulders che torna a recitare con Segel dopo HIMYM e onestamente quanto ce n’era bisogno. C’è anche Michael J. Fox come guest star, nel ruolo di un paziente con Parkinson, e se non ti commuovi durante quella scena ti consiglio una visita al cardiologo perché qualcosa non va.
Il finale, l’episodio 3×11 “And That’s Our Time”, sceglie deliberatamente la strada meno scoppiettante: niente colpi di scena, niente cliffhanger gratuiti. Solo riconciliazioni, addii in aeroporto leggermente rovinati dalla persona sbagliata che si presenta al gate, e il riconoscimento esplicito di un legame padre-figlio scelto e non biologico tra Paul e Jimmy che — diciamolo — era il vero cuore della serie fin dal pilota.

La quarta stagione: confermata, ma con un twist
Eccoci al punto che vi interessa. Apple TV+ ha rinnovato Shrinking per una quarta stagione il giorno prima del debutto della terza, a gennaio 2026 — una mossa di marketing degna del miglior poker di Vegas. Bill Lawrence ha però chiarito una cosa importante: l’arco narrativo originale di tre stagioni si chiude come previsto, e la quarta stagione inizierà “una nuova storia con lo stesso cast”.
Tradotto: non aspettatevi la continuazione lineare di quello che avete visto finora. Aspettatevi gli stessi personaggi che amate, ma in una nuova fase delle loro vite. Una specie di sequel più che di prosecuzione. Una scelta narrativamente coraggiosa, ammettiamolo. Una scelta che, conoscendo Lawrence, probabilmente funzionerà.
Ma perché Shrinking ci tocca così tanto?
E qui arriviamo al punto in cui — perdonatemi — devo togliermi la giacca da recensore per un attimo e parlare di terapia. Perché è impossibile parlare seriamente di Shrinking senza parlare di quello.
La psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, nel 1969, descrisse le ormai celeberrime cinque fasi del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Non sono una scaletta da seguire come una lista della spesa — questo è il fraintendimento tipico — ma una mappa delle emozioni possibili che possono presentarsi, anche in disordine, anche tutte insieme alle tre del mattino di un mercoledì qualunque, anche due anni dopo che pensavi di averle archiviate. Più tardi John Bowlby aggiunse la sua versione in quattro fasi (disperazione acuta, desiderio e ricerca, disorganizzazione, riorganizzazione), ed entrambi convergono su un punto fondamentale: il lutto non si supera, si attraversa. E attraversarlo da soli, di solito, è una pessima idea.
Jimmy Laird, nei primi episodi della stagione 1, è il manuale vivente di come non attraversarlo. Si anestetizza con alcol, droghe ricreative e ragazze conosciute la sera prima, urla a sua figlia, esplode con i pazienti, fa quella cosa che facciamo tutti quando il dolore è troppo: fingere che non ci sia, sperando che si stanchi e se ne vada. Spoiler: il dolore non si stanca. Il dolore ha pazienza biblica. Ti aspetta.
La cosa geniale che fa Shrinking è mostrarci, senza retorica e senza paternalismi, come funziona davvero la terapia. Non quella delle vignette di Snoopy con il dottore dietro la scrivania. Quella vera, dove il primo passo è semplicemente raccontare — perché, come insegna l’approccio cognitivo-comportamentale, la narrazione dell’evento è già di per sé terapeutica. Dove il terapeuta non ti dà la risposta giusta, ma ti accompagna a non averne paura. Dove tecniche come l’EMDR aiutano a riorganizzare in memoria un’esperienza traumatica per renderla, semplicemente, meno disturbante. Senza dimenticare. Mai dimenticare. Solo: integrare.
Paul, in un dialogo che vale dieci anni di rubriche di benessere su Vanity Fair, dice a Brian: “Resta aperto. Se alzi le difese, sei fottuto. Ma due persone vulnerabili troveranno sempre un modo per connettersi.” In un’altra puntata se ne esce con l’altrettanto memorabile “Nessuno attraversa questa vita illeso.” E noi prendiamo appunti, perché Harrison Ford a 82 anni che ti dice queste cose con quella faccia lì è tipo il Dalai Lama ma con la giacca di pelle.
L’importanza di fare terapia — e Shrinking lo dice senza mai dirlo apertamente, che è il modo migliore per dirlo — è che fare terapia non significa essere rotti. Significa avere il coraggio di guardare in faccia le proprie crepe e decidere cosa farsene. Significa dare un nome alle cose. Significa scoprire, dopo qualche mese, che quel nodo che avevi nel petto da anni e che pensavi fosse parte di te in realtà era solo un peso che non sapevi di avere il diritto di posare. Significa, soprattutto, smettere di essere la persona che gestisce da sola qualcosa che da solo non si gestisce.
Il dolore del lutto non è un problema da risolvere. È un terreno da abitare per un po’, finché non smette di essere terra di nessuno e diventa parte del paesaggio. La terapia — quella buona, quella vera — non ti cancella la perdita. Ti aiuta a costruirci attorno una vita che la contiene senza esserne schiacciata. È quello che fa Jimmy nelle tre stagioni. È quello che, in piccolo, fa lo spettatore guardandolo. Ed è il motivo per cui Shrinking funziona dove altri “grief drama” si arenano: non ci dice come stare meglio, ci ricorda che è possibile.
Lo stile, la scrittura, la chimica
Tecnicamente, Shrinking è un piccolo gioiello di scrittura corale. La regia di alcuni episodi è firmata da Zach Braff (sì, JD di Scrubs: la family reunion di Lawrence è completa), la sigla “Frightening Fishes” è composta da Ben Gibbard dei Death Cab for Cutie e Tom Howe, e ogni episodio dura mezz’ora — tranne il pilota della terza stagione, che si è preso il lusso di un’ora intera perché c’era da sistemare il finale di stagione 2 (in cui Jimmy salva la vita proprio a Louis, l’uomo che ha causato la morte della moglie, in una scena che riscrive il concetto di catarsi).
Il cast è di una chimica imbarazzante. Segel non ha mai recitato così bene in vita sua e va detto. Harrison Ford ha confessato in un’intervista che girare Shrinking gli ha cambiato il modo in cui le persone lo riconoscono per strada — non gli chiedono più foto, gli dicono solo che la serie ha contato qualcosa per loro, e poi se ne vanno. È, secondo Ford stesso, l’esperienza più significativa della sua carriera. Da uno che ha fatto Indiana Jones e Han Solo, capirete il peso dell’affermazione.
E quindi?
E quindi guardatela, se non l’avete fatto. Recuperatela tutta dall’inizio — è una di quelle serie che vanno vissute in sequenza, perché ogni stagione è un capitolo di un romanzo unico. Tre stagioni sono un trittico perfetto, l’arco ufficiale che gli autori avevano in mente fin dal pitch ad Apple. Poi a marzo 2027 (presunto) tornerà in una nuova forma con la quarta stagione, ed è giusto così: finché Lawrence, Goldstein e Segel hanno qualcosa da dire, che lo dicano.
Nel frattempo, Shrinking resta una delle cose più importanti che siano successe alla televisione contemporanea. Importante perché ci ricorda — in un’epoca televisiva che tende all’antieroe cinico, al thriller iperteso, al dramma compiaciuto del proprio dolore — che si può ridere mentre si soffre, e che soffrire in compagnia è quasi sempre meglio che soffrire da soli. Che chiedere aiuto non è un fallimento, è un’abilità. Che la terapia non è un lusso, è un investimento. Che le persone vulnerabili, come dice Paul, trovano sempre un modo per connettersi.
E che Harrison Ford con il broncio è, e resterà sempre, una delle migliori cose mai inventate dall’umanità.
