Gomorra -Quando il crimine diventa Arte-

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In quanto vittima recente di spoiler mi sento in dovere di fare un piccolo excursus a riguardo prima di iniziare a parlare di Gomorra (minchia che serie).

Voi rampolli di padre ignoto che non avete il buon senso di aspettare a pubblicare spoiler, di avvertire o di usufruire dei siti creati apposta per eventuali commenti, sappiate che avete un fràte che vi attende negli inferi, pronto ad accogliervi nel suo gelido abbraccio nel nono cerchio. Con questa superficialità dimostrate di non apprezzare il cinema e le serie per quello che sono, ovvero Arte. La settima Arte. Ed al contempo dimostrate di non aver rispetto, non solo per il resto degli spettatori, ma per il prodotto che tanto dite di amare, per chi l’ha pensato, l’ha plasmato e creato affinché fruisse al pubblico  in un determinato modo, con delle tempistiche, con delle emozioni connesse ad esso che voi, con i vostri dannati spoiler, interrompete. Quindi, la prossima volta, prima di violentare un prodotto così barbaramente sulla vostra home di facebook o nelle vostre storie di Instagram, fermatevi un secondo.

Respirate.

Pensate.

Poi cautamente depositate il cellulare, voltatevi verso la parete più vicina e datele numerose craniate fino a che i vicini, allarmati, non accorreranno in vostro soccorso.

E che peccato sarebbe se fossero in vacanza.

Detto ciò è giunto il momento di parlare di Gomorra. E che dire? Commentare le accuse che ultimamente stanno circolando riguardo al fatto che potrebbe istigare alla violenza, mi pare futile. Anche perché, se così fosse, avremmo decine di persone che si sventrano a colpi di spade laser fuori casa. Anche se, in effetti, se avessimo delle spade laser, forse un pensierino ce lo faremmo tutti. Comunque stiamo parlando del prodotto seriale a cui siamo riusciti a far valicare quelle Alpi che l’ultima volta erano state attraversate da Annibale con gli elefanti. Il prodotto che ha fatto si che Fassbender dicesse pubblicamente di essere ammiratore di D’amore.

Gomorra è senza dubbio alcuno LA serie italiana e lo dimostra sotto numerosissimi aspetti, lo è in quanto a trama, poiché narra con una crudezza ed una drammaticità quasi unica ciò per cui, purtroppo, il mondo ci ricorda. È quasi un disperato inno, perché se tutti si permettono sempre di parlare della Mafia e di connetterla così strettamente a noi, tanto vale mostrargli che ne sappiamo parlare decisamente meglio. Tanto vale mostrare quanto ci logori profondamente questa situazione, come nessuno si salvi da una vita simile. Perché Gomorra fa questo: crea dei personaggi brutali certo, ma talvolta con spiragli d’umanità, così che il pubblico pensi di poter entrare in contatto con essi, di poter quasi giustificare le loro azioni e poi, una volta giunta a questo punto, li priva del loro più piccolo briciolo di tolleranza. Li marchia dei peggiori peccati, li trascina all’Inferno e con essi lo spettatore. Lo spettatore che rimane sbigottito da cotanta crudeltà. Lo spettatore che inizia quasi a sentirsi in colpa anche solo per aver potuto pensare di poterli salvare. Lo spettatore che viene rapidamente riportato alla realtà; ciò che sta guardando è la vergogna dell’Italia. Ciò che sta guardando non è purtroppo molto diverso dalla quotidianità sebbene romanzato. Forse da questo punto di vista la terza stagione è la più debole, ma rimane comunque di un livello che nello stivale non s’era mai visto.

Gli attori, Marco D’amore in primis, ma anche Salvatore Esposito, hanno la capacità di dar vita a questi personaggi così complessi, così distanti da loro, con una tale naturalezza che quasi mette i brividi.

Ora, siccome per l’appunto  gli spoiler sono al pari d’un peccato capitale, da qui si parlerà con estrema chiarezza di ciò che è successo in questa stagione, ma soprattutto nei suoi ultimi episodi.

Perciò, tu, tu che stai leggendo, ma non sei ancora giunto a questo punto, interrompiti. Come ben sai “verba volant, scripta manent”, perciò sarai sempre in tempo per leggere è stronzàt cà teng a ricere.

Se nelle prime stagioni avevamo dapprima assistito alla subdola, ma al contempo geniale, scalata gerarchica di Ciro e poi al suo rovinoso crollo, nella terza stagione all’inizio sembriamo quasi dimenticarci della sua esistenza. Ci viene mostrato come, oltre al personaggio che, ammettiamolo, è secondo chiunque il cuore pulsante della serie, vi sia in realtà un intero mondo, un enorme ingranaggio di personaggi magistralmente scritti ed interpretati. Basti pensare a Patrizia, la quale per l’intera stagione duetta sia con Scianel che con Genny, senza far comprendere a nessuno, pubblico incluso, a chi faccia capo la sua lealtà e se in effetti ella ne abbia una. Ma anche Sangue Blu con il fido Vocabolario; il primo di pura stirpe mafiosa, orfano di una guerra tra clan, il secondo erede di una ricca famiglia sedotto da un mondo che così poco gli appartiene. Questa sensazione di omogeneità tra i personaggi dura però ben poco, perché Ciro DiMarzio dal terzo episodio torna ad insinuarsi, un bisbiglio dopo l’altro, nella vita dei personaggi. Ma la cosa sconcertante è che rimane il soggetto più solido, più centrale nelle vicende, senza far altro se non sussurrare nelle orecchie dei compari. Egli rimane perennemente due passi davanti a tutti, orchestra e gestisce i movimenti dell’intera Napoli malavitosa senza muoversi dalla propria stanza. Rimanendo perennemente dietro alla propria finestra, non barricato, non spaventato, unicamente in seconda linea, perché, per la prima volta, non è la propria incoronazione che sta architettando, infatti, consapevole di non essere nulla più di uno spettro, intesse il futuro di Genny. Egli stesso ammette di essere morto tempo addietro, ma rimane comunque consapevole che ciò che sa fare meglio sia il criminale, perciò, quasi alla ricerca di una propria redenzione, usufruisce delle proprie capacità per ripagare il fratello che ha reso orfano.

Il rapporto tra Ciro e Genny nelle tre stagioni ha subito repentini cambi, senza mai frenare la propria evoluzione, essi hanno dato vita al famoso “odi et amo” di Catullo, si sono sfregiati, lacerati, supportati e sostenuti, dimostrando come, in un mondo forgiato sulla violenza, un omicidio passi in secondo piano laddove vi possano essere dei vantaggi. E così, dopo che Ciro ha istruito una nuova generazione di malavitosi, dopo che ha esaurito i propri mormorii non gli resta che chiudere il cerchio che aveva aperto. Primo passo verso questa conclusione è rappresentato dalla scena nel cimitero, scena in cui Ciro affronta per la prima volta i suoi demoni, in cui per la prima volta accetta ciò che è e ciò che ha fatto, consapevole che la sua strada non possa essere ancora lunga. Mentre sfiora con le dita le fredde lapidi quasi pare invitare la morte ad accoglierlo, rendendosi ormai conto di aver perso le uniche cose belle che aveva creato e ritenendosi dunque pronto a raggiungerle, basti pensare che l’unico accenno di sorriso lo individuiamo nelle due scene in cui si trova davanti a Genny con il piccolo Pietro. Dopo tutto l’unico modo che ha l’uomo per sconfiggere la morte, con la quale questi personaggi danzano ogni giorno, è per mezzo della propria discendenza. Discendenza che Ciro non ha. Egli è venuto al mondo solo e come tale è destinato ad abbandonarlo. Di immortale porta solo il nome, perché a lui succederà solo la polvere, ma, sin dall’inizio della stagione, dimostra di averne preso coscienza e di aver accettato che l’essere orfano ed invisibile sia il suo destino. Ad incoronare questa accettazione, abbiamo poi la scena finale; questa ha luogo su una barca, attorno non vi è nulla, tutti i personaggi sono avvolti dalle tenebre della notte che inghiottono persino il mare. Probabilmente la stessa oscurità di cui sono fatti. Mentre tutti festeggiano una fasulla pace, un accordo veridicitiero quanto il bacio di Giuda, quelli che sono stati i protagonisti di questa stagione si ritrovano isolati. Lontano dalla musica, dalle luci psichedeliche, dall’alcool. Si ritrovano dinnanzi ad un simbolo di fratellanza, ma non di una che li accomuni tutti, ma che unisce unicamente Genny e Ciro. Ed, in questo preciso istante, la serie raggiunge il suo apice. Il personaggio di Ciro ormai aveva dato tutto ciò che poteva dare a Gomorra, non vi era più un inganno che potesse essere orchestrato né un accordo che potesse essere suggellato per mano sua. Nel momento in cui Sangue Blu accusa Genny di avergli assassinato la sorella, Ciro sfrutta l’occasione per salvare la vita del fratello, consapevole che la sua l’ha ormai persa da tempo, perciò si assume le responsabilità dell’omicidio per mezzo di un breve monologo che racchiude l’intero personaggio. Egli ci descrive come si sia forgiato da solo, come non si sia mai sentito per nulla simile a coloro che erano nati nell’agio, ci narra di come nella mafia non vi sia spazio per i sentimenti, se non per quelli dell’ingordigia, dell’arroganza e dell’ambizione. Ambizione di possedere una città, una città a cui Ciro rivolge un ultimo sguardo, una città che in un malsano modo tutti loro amano mentre con le loro azioni distruggono. Ciro crea una storia che non pare essere troppo lontana dalle sue azioni passate e che perciò non è difficile da credere. E poi, colui che aveva introdotto all’omicidio, colui che aveva svezzato nella prima stagione, fa si che il corpo e l’anima, sempre che ne avesse avuta una, di Ciro si possano ricongiungere ed in un abbraccio lo priva della vita. Il tutto avviene in silenzio, i due si scambiano solo uno sguardo con gli occhi colmi di lacrime, quasi come se vi possa essere umanità nel loro gesto. Quasi come se ciò a cui stiamo assistendo non sia l’omicidio di un criminale.

Nell’ultima sequenza assistiamo al corpo esanime dell'(im)mortale inghiottito dalle acque che ne divorano le carni ed il ricordo.

Con la terza stagione è dunque finita l’era di Ciro, il quale, da dietro una vetrata, era comunque sempre riuscito a mantenere tutti nella propria ombra. Non ci resta dunque che attendere la quarta per vedere come riusciranno i creatori di Gomorra a farci dimenticare della sua pietra miliare. Nel frattempo un applauso più che meritato va fatto a Marco D’amore per averci donato un personaggio fatto principalmente da sguardi e silenzi, ma che sono valsi più di mille parole.

Camilla.

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